Ho un problema con la perfezione. E questo sito ne è testimone.

No, non ora che è (quasi) finito e (quasi) perfetto. Prima: quando ci ha messo praticamente un anno e mezzo a nascere.

“Ma come? Un anno?!”, “Ma proprio tu che scrivi siti per lavoro?!”, “Ma cosa ci vuole a finirlo?!”

Ecco, queste sono solo alcune (le più gentili) tra le affermazioni e le domande che mi sono sentita rivolgere in questo tempo. Per nulla offensive, per nulla sbagliate, in realtà. E allora, cos’è che non ha funzionato? Perché il sito è andato tanto per le lunghe? Cosa ho sbagliato?

Ti racconto la sua gestazione e vediamo di capirci qualcosa.

Chi ero e chi sono?

Prima di questo sito ne avevo un altro, fatto da me, in un momento di disoccupazione e di slancio appassionato verso il nuovo futuro da partita iva.

Ero evidentemente nel mio “momento rosa”, come Picasso nel suo blu: ho comprato la cover del telefono rosa, il divano rosa, ho fatto un sito tutto rosa. Rosa Barbie.

E ci ho scritto su che facevo praticamente di tutto, dalla grafica alle PR, dal copy ai social, dall’ufficio stampa alla SEO.

Poveri i miei clienti di allora, direte… Tirate pure un sospiro di sollievo: non avevo clienti, e certo non ne ho presi con quel sito.

In quel momento evidentemente mi sentivo così e mi sembrava anche la cosa giusta da fare. E, visto che non tutti i mali vengono per nuovere, devo ammettere che buttarmi così a capofitto, impavidamente e intrepidamente, a fare una cosa completamente nuova per me come creare un sito da zero, mi ha insegnato molte cose tecniche che non tutti i copy puri conoscono.

Mi ha anche ovviamente fatto sbattere il naso sul muro più volte e, con il senno e le conoscenze di poi, mi sono messa le mani nei capelli più volte, sperando che il mio sviluppatore non vedesse, facesse finta di non vedere, glissasse elegantemente su certi scheletri nascosti nella Google Search Console… Ma tant’è.

Il sito rosa, artigianale e tuttofare è rimasto online per un po’ indefinito, non ricordo davvero quanto.

 

Specchio specchio delle mie brame

Poi, man mano che studiavo, che imparavo, che mi guardavo in giro e mi addentravo nei dettagli, mi rendevo conto di quanto superficiale, sprovveduto e forviante era. Come approccio, come contenuto, come proposta e come obiettivi. (E aveva pure ricevuto dei complimenti, pensate un po’…)

Dopo un po’ però non lo trovavo più corretto: corretto per me, per il mio lavoro, per la mia professionalità che si stava formando e che stava crescendo, per la direzione che stava prendendo la mia formazione e la mia carriera. Persino per la persona che stavo pian piano diventando crescendo.

Guardavo quel sito e non mi riconoscevo; cercavo si specchiarmi nello schermo ma ci vedevo un’altra Francesca: l’immagine che il sito rifletteva non ero io.

La questione del riconoscersi in un sito, del sentirselo proprio, adatto alla propria persona e su misura è un aspetto particolarmente rilevante, a mio modo di pensare, di chi è libero professionista.

Ma per parlare di questo ci saranno altri articoli.

 

Ripartire da zero

Ho deciso allora di rifarlo. Da zero.

Ho messo il sito vecchio in maintenance mode perché nessuno potesse più vederlo, e poi ho rimandato, rimandato, rimandato, trascinato il progetto e gli appunti per mesi.

Fino a che ho deciso di pagare due professionisti (un web designer e uno sviluppatore, mentre i testi me li sarei fatta io, naturalmente) per avere un sito professionale e davvero rispondente a quello che mi frullava in testa, e che io non sarei mai stata in grado di realizzare da sola.

È stata la scelta giusta? Non si poteva lasciare il vecchio online intanto? Non si poteva partire con il dargli un’aggiustatina e poi fare con calma il nuovo?

Per me, ripartire da zero è stata la scelta giusta! Senza se e senza ma, per me (ma non è detto che sia per tutti così, eh?). Come quei momenti in cui ti tagli i capelli dopo un evento eclatante.

Allora perché le lungaggini?

Perché prima di partire a disegnare un sito, a scrivere di sé e del proprio lavoro, bisogna capire chi si è e cosa si fa. E anche cosa si vorrebbe fare: i propri obiettivi, i propri traguardi, le proprie idee, i propri sogni.

E io non lo sapevo chi ero. Per un anno non l’ho saputo: chi ero, cosa facevo davvero, cosa volevo fare e cosa mi distingueva da tutti gli altri. Così non sapevo da che parte comiciare, cosa comunicare, cosa scriverci davvero in questo sito e come. Così mi sono ritrovata, alla fine di tutto il lavoro fatto, pochi giorni fa, a pensare che se davvero avessi messo online il nuovo sito un anno fa, a quest’ora lo avrei voluto e dovuto rifare. Avrei dovuto ricominciare tutto, ti nuovo, da capo.

Questa mia ammissione della mancanza di chiarezza che mi ha perseguitato per un anno non deve essere una giustificazione né, tantomeno, un suggerimento a seguire il mio modo di fare. Se non avete le idee chiare su come dovrebbe essere il vosto sito e di cosa dovrebbe dire di voi, non bloccatevi (come me): ci sono tutti i modi per analizzarlo, definirlo, pianificarlo.

 

Se io fossi mia cliente…

Analizzare gli altri è sempre molto più facile che guardare se stessi. E questo me lo ricordano tutti i miei clienti nel momento in cui iniziamo a lavorare sulla loro comunicazione.

Il problema principale è infatti non riuscire a sintetizzarsi, a trovare la chiave per raccontarsi in modo esaustivo ma non bibblico, a far quadrare il cerchio tra quello che si vorrebbe dire e quello che è ragionevole che l’utente dall’altra parte dello schermo conosca.

A me, da esterna prima ancora che da professionista, risulta più facile incasellare le attività e lo stile del mio cliente in categorie ed etichette definite e facili da trasmettere al pubblico. Ma per lui/lei non è così: vede le mille sfaccettature del suo lavoro e della sua personalità e ha difficoltà a riconoscere e tagliare il superfluo.

Questo è esattamente quello che è capitato anche a me con il mio sito. Funziona fino ad un certo punto la conoscenza tecnica degli strumenti, delle tecniche e delle strategie. Qui si tratta quasi di psicologia.

Se io fossi stata mia cliente mi sarei sentita dire che un sito deve raccontare, sì, un po’ chi si è, ma anche chi si vorrebbe essere. Tutto con coerenza e intelligenza, ma un sito deve aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi. Deve portarti verso il tuo traguardo.

Come riuscire a fare su me stessa, con obiettività, il lavoro che faccio su e per i miei clienti?

 

Cosa mi ha aiutato

Per uscire dal pantano in cui mi ero cacciata, io ho trovato utili queste cose.

 

Il confronto

Parlare delle proprie idee, accettare critiche e consigli, correre il rischio di dire sciocchezze. Il confronto risolve molti dubbi: un occhio esterno, come abbiamo detto, aiuta a fare chiarezza, ad analizzarsi con più lucidità. E quando invece succede che parlare con qualcun’altro crea nuovi dubbi? Beh, in quei momenti io ho capito quali erano le idee a cui tenevo davvero e su cui non volevo scendere a compromessi (tipo usare quello stranissimo pattern che trovare un po’ dappertutto…). Anche nuovi dubbi possono quindi aiutare a chiarire i dubbi!

 

Scrivere su carta

Buttare giù le cose su carta aiuta al contempo a liberare la mente e a visualizzare le questioni in modo più ordinato e organico. Io sono una grande fan delle cose su carta, trovo che aiutino la visione d’insieme e allo stesso tempo a focalizzare i vari aspetti di un argomento.

 

Guardarmi nel futuro

Questo è un gioco-ma-mica-poi-tanto-gioco che mi ha insegnato un mio amico e collega: immaginarsi tra 5 anni e descriversi a voce alta. Cosa diresti di te? Ti piace quello che stai raccontando? Cosa vorresti di diverso per te?

Inizia da oggi a costruirlo.

 

Lavorare per piccoli step

Anche questo è un metodo che ho appreso da un altro collega. Per far fluire il lavoro più efficacemente, occorre spacchettare i grossi lavori da fare in piccoli lavoretti, di impegno temporale singolarmente molto inferiore.

Il blocco mentale del prendere in mano un’attività lunga, complessa, impegnativa, faticosa, viene dunque superato agilmente (il metodo si chiama infatti Agile) dall’approcciare il lavoro a piccoli step: molto più rapidi e semplici da svolgere. E mentalmente da elaborare.

Così ho fatto anche con il mio sito: sono passata dall’appunto “Scrivere i testi per il mio sito” a: “Scrivere home”, “Scrivere servizi”, “Scrivere articolo 1”, ecc. Queste attività erano più semplici e richiedevano uno slot di tempo più definito e molto inferiore al lavoro nella sua globalità. E sono scivolate via molto più facilmente.

 

Guardare gli altri

Analizzare con obiettività i percorsi che hanno compiuto quelli che consideri i grandi del tuo mestiere e capire che sono umani anche loro. Perché ti sembrano sempre più avanti e più bravi di te, ma poi ti accorgi che in realtà anche loro stanno crescendo, come te. È giusto prendere esempio, ispirazione, ma anche il coraggio di provarci: a volte è davvero solo questo che hanno più di te.

 

Guardare me stassa…

…con un po’ di indulgenza. Perché il difetto della perfezione non è ovviamente rivolto solo alle “cose” che faccio ma anche alla persona che sono. “Suvvia, un po’ di sana leggerezza!

 

Lavorare per sé è lavorare!

L’altro problema che ha rallentato la nascita di questo sito è un atteggiamento sbagliato, un errore, che riscontro molti liberi professionisti compiono: quando si tratta di lavorare per sé, si lasciano le cose da fare per ultime.

Sbagliatissimo! Noi dovremmo essere il nostro primo lavoro da coltivare. Perché viviamo esattamente di questo: del nostro lavoro, diretto e personale. Quindi non possiamo e non dobbiamo permetterci di trascurarci.

E poi anche perché possiamo avere per noi quello spazio di sperimentazione per osare cose che, magari, i nostri clienti non ci permettono di fare o noi non ci permettiamo di proporre ai nostri clienti. Insomma, perché ci facciamo del bene professionale e possiamo divertirci pure!

 

Mantenere la rotta

Per un freelance lavorare per sé significa anche permettersi – entro una certa misura data ovviamente dalla propria professionalità, dalla propria esperienza e anche dalle proprie finanze (diciamocelo…) – di scegliere i lavori da svolgere. Ovvero di rifiutare alcuni incarichi perché “non ci piacciono”.

Dietro al suono molto snob di questa affermazione si nasconde in realtà la giusta volontà di percorrere la propria strada, cercando quanto più possibile di mantenere la rotta verso gli obiettivi prefissati.

In mancanza di un lavoro adatto alle proprie aspirazioni, può essere bene (sempre potendoselo permettere) non accettare qualsiasi proposta ci venga rivolta pur di fare qualcosa, ma investire il tempo di un mancato lavoro per lavorare su se stessi e per se stessi.

Coltiviamo il blog, i social, miglioriamo la nostra identità visiva, ideiamo nuovi prodotti e progetti, programmiamo newsletter, pianifichiamo i contenuti e le attività dell’anno. Oppure chiudiamo il computer e ossigeniamoci il cervello per ripartire meglio e più carichi di prima.

 

Perdere le tue giornate dietro a lavori che fai mal volentieri costa ancora di più: il prezzo si paga in termini di tempo e di passione verso il tuo lavoro, due risorse che nessuno può restituirti.

[L’ho letta qui.]

 

Tradotto: non è corretto pensare che se non sto facendo nulla per qualcun’altro, non sto facendo nulla davvero. Sto lavorando per me, che, come detto, sono il mio primo e più importante cliente.

 

Continuare a imparare

Su un muro del TAG, la mia sede di lavoro, c’è questa scritta: Done is better then perfect.

E io cos’ho imparato da tutta questa storia, in tutto questo lungo tempo? Beh, che forse è vero…

Certo, dovrò fare sempre i conti con la mia voglia di perfezione, con la mia cronica insoddisfazione, con il mio bisogno di migliorarmi sempre, ma non dovrò lasciare che blocchi l’azione (e la sperimentazione) e dovrò continuare a trattarmi come un mio caro, vecchio e buon cliente. Perché, se gestita come ho fatto, la voglia di perfezione, più che tensione al meglio, è paura di fare le cose.

Perché in fondo, su un altro muro del TAG, proprio sopra la mia testa e davanti ai miei occhi, c’è anche scritto: Learning never exhausts the mind. Come a dire, si può sempre imparare qualcosa in più e migliorare, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

 

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